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risveglio.
Remigio si è appena svegliato, apre gli occhi; uno, cinque, dieci secondi per capire, ricordare, afferrare, realizzare. Capisce, ricorda, afferra e realizza. Dodici, venti secondi, un minuto per domandarsi cinque perché: 1) Perché la dannata radiosveglia dei sogni infranti sintonizza perennemente la sua frequenza su voci melodiosamente pop? 2) Perché il suo armadio svedese, elegante e sportivo (antico o semplicemente vecchio?), sembra sbattersene della quotidianità della sua vita, della sua vita? Indifferenza? Freddezza nordica? Il suo è un armadio apatico? 3) E perché gli scandinavi sono più felici di noi? 4) Perché ha la sensazione di aver sbagliato tutto, di esser fuori tempo massimo per rimediare ai suoi errori?
<Son io il pazzo o son tutti gli altri ad esserlo?>
Questi pensieri bislacchi accompagnano il risveglio del suo piede sinistro.
Una piroetta per indossar le pantofole con vista sul mondo degli acari e un saltello sul posto per sincronizzare il suo battito cardiaco con il picchiettio elevato al cubo del rubinetto del bagno che gocciola al ritmo forsennato di 360 lacrime al minuto.
<Sorridi Remigio! Testa alta e petto in fuori vai incontro a chi gode nel praticar la giustizia visiva!> urlano spolmonandosi gli operai del calzaturificio “Il Piccolo Edoardo”, confinante con la cartina morfologica dell’Isola d’Elba appesa al muro della sua camera da letto.
Piroetta numero due in perfetto stile pattinatore sciancato per sfuggire all’onda anomala generata dal crollo di un costone di ghiaccio nel centro del tappeto made in Persia impiantato sul pavimento del bagno e un acrobatico slancio delle braccia in avanti per risvegliare i suoi scioperati muscoli ancora colpevolmente sonnolenti.
<Sorridi Remigio! La luce è cosa buona, separa la luce dalle tenebre, cosicché a testa alta e petto in fuori tu possa andar incontro a chi gode nel praticar la giustizia visiva!> urlano sfiatandosi gli operai del calzaturificio confinante con la cartina politica dell’isola di Montecristo appiccicata al muro della sua camera da letto.
E luce sia.
La voce dei colori sfascia, spezza, schiaccia la ripetitività e la piattezza del buio, del nero, dello scuro. Un uragano di luce investe i suoi occhi ancora semichiusi.
<La gamma standard dei colori con cui realizziamo le scarpe sono: bianco, beige, giallo, rosa, rosso, celeste, blu e nero> urlano sgolandosi gli operai del calzaturificio confinante con il poster di Albert Einstein incollato al muro della sua camera da letto.
Remigio incassa il colpo, si rovescia all’indietro, i suoi 78 kg fanno perno sulla gamba destra e poi precipitano al tappeto. Lo specchio riflette un’immagine al contrario, una rappresentazione grafica di un insieme di dati disordinati: capelli arruffati, bocca spalancata, guance gremite di peli, sopracciglia trascurate, pomo d’Adamo sgonfio, spalle fatiscenti, pettorali di stoffa, bicipiti bidimensionali e pancia arrotondata per eccesso.
<Per la produzione delle nostre calzature utilizziamo prevalentemente materiali naturali e rinnovabili, sintetici, traspiranti e morbidi, che ci permettono di confezionare ottime scarpe, comode, confortevoli, pratiche e capaci. Il loro unico difetto è la disarmonia, la bruttura, la deformità, la mostruosità. Avanti, sorridi Remigio! Il nostro fatturato annuo supera un miliardo di Dollari Giamaicani, un miliardo di monete d’oro zecchino recanti l’effige di Bob Marley. La marmaglia andante a zonzo schifa l’esteriorità, la facciata, e gradisce l’essenza, la sostanza! Orsù sorridi, c’è speranza anche per te!> strillano emettendo gas gli operai del calzaturificio confinante con il puzzle di New York ridotta in frantumi fissato al muro della sua camera da letto.
Remigio si ribalta in avanti, i suoi 78 kg fanno perno sulla gamba sinistra e poi schizzano verso l’alto. Lo specchio riflette ora un’immagine sorprendentemente armonica, una rappresentazione grafica di un insieme di dati aggiustati: ciuffo domato, bocca serrata, guance glabre, sopracciglia raffinate, pomo d’Adamo entusiasmato, spalle affidabili, pettorali di rame, bicipiti tridimensionali e pancia arrotondata per difetto.
Remigio non crede di aver mai sognato la Contessa Cavalcanti così com’è nella realtà. In sogno sa che è quella che si ritrova davanti nella coda per obliterare il biglietto del periferico Marsiglia-Avignone. Ma ogni volta ha una faccia diversa. Può somigliare alla sua attrice preferita, alla rigogliosa fruttivendola di piazza Saint Meran, alla sua maestra della scuola elementare (fondotinta cadaverico e occhi sprofondati sotto una spessa coltre di cemento), alla telegiornalista collegata da Portoferraio, all’involucro di pelle contenente lo spirito della sua defunta nonna materna. Ma è lei, e lui lo sa.
<Sorridi Remigio! L’amore è un vaso di gerani che ti piomba sulla testa.
L’amore è quel vaso di gerani che ti piomba sulla testa.
L’amore è quel vaso di gerani che una vecchina fa precipitare dall’alto del suo balcone e che ti piomba sulla testa.
L’amore è quel vaso di gerani che la vecchina (quella vecchina, proprio lei, colei che da tre generazioni di croissant sottovuoto calpesta impunemente il tuo soffitto), fa precipitare dall’alto del suo balcone torreggiante su un panorama di cinque piani di cielo e che ti piomba sulla testa> strepitano, rilasciando ossigeno nell’atmosfera satura di fumi di aerosol, gli operai del calzaturificio confinante con le mattonelle di ceramica dipinte a mano incollate al muro della sua cucina di decompressione contro le stragi da risvegli storditi.
Remigio traballa, collassa su se stesso implodendo e stramazza a terra. Invoca pietà e, mani levate al cielo, innalza la sua supplica al vertice del sindacato calzaturiero, colpevole dell’emancipazione vocale dei lavoratori:
<possano i vostri operai tacere, non fiatare, zittirsi, possano loro sottrarsi dal consolarmi dalle afflizioni. Possano loro non guidarmi attraverso la notte e non guardarmi durante il giorno. Possano loro darmi la pace!>
Volteggia a tempo di musica jazz schizzando all’insù, impreca hardcore saggiando la consistenza del marmo granitico del piano cucina con la rotula del suo ginocchio e benedice, inspirando fumo da un organo a canne, quelli che, come lui, hanno fame e sete, perché saranno saziati.
<Affranca le fette biscottate dalla stecchita morsa del cellophane!> bisbigliano preservando le sfibrate corde vocali (provate da un paragrafo di grida insensate) gli operai del calzaturificio confinante con la sagoma disegnata del corpo del bandito Lampa, tranciato a colpi di mitra mentre era abbarbicato al muro esterno della sua cucina di decompressione contro le stragi da riavvii istupiditi.
Remigio sfoga la frustrazione sbrindellando l’involucro protettivo che imprigiona le strisce di malto d’orzo più friabili che ci siano e la mortificazione vagheggiando un incendio che purifichi le aule della classe operaia arrostendo banchi, seggiole, attaccapanni, registri, lavagne, gessetti e bidello.
E con un’acrobazia (da) manuale impugna il fucile accendigas.
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risveglio IV.
Remigio non crede di aver mai sognato la Contessa Cavalcanti così com’è nella realtà. In sogno sa che è quella che si ritrova davanti nella coda per obliterare il biglietto del periferico Marsiglia-Avignone. Ma ogni volta ha una faccia diversa. Può somigliare alla sua attrice preferita, alla rigogliosa fruttivendola di piazza Saint Meran, alla sua maestra della scuola elementare (fondotinta cadaverico e occhi sprofondati sotto una spessa coltre di cemento), alla telegiornalista collegata da Portoferraio, all’involucro di pelle contenente lo spirito della sua defunta nonna materna. Ma è lei, e lui lo sa.
<Sorridi Remigio! L’amore è un vaso di gerani che ti piomba sulla testa.
L’amore è quel vaso di gerani che ti piomba sulla testa.
L’amore è quel vaso di gerani che una vecchina fa precipitare dall’alto del suo balcone e che ti piomba sulla testa.
L’amore è quel vaso di gerani che la vecchina (quella vecchina, proprio lei, colei che da tre generazioni di croissant sottovuoto calpesta impunemente il tuo soffitto), fa precipitare dall’alto del suo balcone torreggiante su un panorama di cinque piani di cielo e che ti piomba sulla testa> strepitano, rilasciando ossigeno nell’atmosfera satura di fumi di aerosol, gli operai del calzaturificio confinante con le mattonelle di ceramica dipinte a mano incollate al muro della sua cucina di decompressione contro le stragi da risvegli storditi.
Remigio traballa, collassa su se stesso implodendo e stramazza a terra. Invoca pietà e, mani levate al cielo, innalza la sua supplica al vertice del sindacato calzaturiero, colpevole dell’emancipazione vocale dei lavoratori:
<possano i vostri operai tacere, non fiatare, zittirsi, possano loro sottrarsi dal consolarmi dalle afflizioni. Possano loro non guidarmi attraverso la notte e non guardarmi durante il giorno. Possano loro darmi la pace!>
Volteggia a tempo di musica jazz schizzando all’insù, impreca hardcore saggiando la consistenza del marmo granitico del piano cucina con la rotula del suo ginocchio e benedice, inspirando fumo da un organo a canne, quelli che, come lui, hanno fame e sete, perché saranno saziati.
<Affranca le fette biscottate dalla stecchita morsa del cellophane!> bisbigliano preservando le sfibrate corde vocali (provate da un paragrafo di grida insensate) gli operai del calzaturificio confinante con la sagoma disegnata del corpo del bandito Lampa, tranciato a colpi di mitra mentre era abbarbicato al muro esterno della sua cucina di decompressione contro le stragi da riavvii istupiditi.
Remigio sfoga la frustrazione sbrindellando l’involucro protettivo che imprigiona le strisce di malto d’orzo più friabili che ci siano e la mortificazione vagheggiando un incendio che purifichi le aule della classe operaia arrostendo banchi, seggiole, attaccapanni, registri, lavagne, gessetti e bidello.
E con un’acrobazia (da) manuale impugna il fucile accendigas.
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risveglio (ri-edit).
Remigio si è appena svegliato, apre gli occhi; uno, cinque, dieci secondi per capire, ricordare, afferrare, realizzare. Capisce, ricorda, afferra e realizza. Dodici, venti secondi, un minuto per domandarsi cinque perché: 1) Perché la dannata radiosveglia dei sogni infranti sintonizza perennemente la sua frequenza su voci melodiosamente pop? 2) Perché il suo armadio svedese, elegante e sportivo (antico o semplicemente vecchio?), sembra sbattersene della quotidianità della sua vita, della sua vita? Indifferenza? Freddezza nordica? Il suo è un armadio apatico? 3) E perché gli scandinavi sono più felici di noi? 4) Perché ha la sensazione di aver sbagliato tutto, di esser fuori tempo massimo per rimediare ai suoi errori?
<Son io il pazzo o son tutti gli altri ad esserlo?>
Questi pensieri bislacchi accompagnano il risveglio del suo piede sinistro.
Una piroetta per indossar le pantofole con vista sul mondo degli acari e un saltello sul posto per sincronizzare il suo battito cardiaco con il picchiettio elevato al cubo del rubinetto del bagno che gocciola al ritmo forsennato di 360 lacrime al minuto.
<Sorridi Remigio! Testa alta e petto in fuori vai incontro a chi gode nel praticar la giustizia visiva!> urlano spolmonandosi gli operai del calzaturificio “Il Piccolo Edoardo”, confinante con la cartina morfologica dell’Isola d’Elba appesa al muro della sua camera da letto.
Piroetta numero due in perfetto stile pattinatore sciancato per sfuggire all’onda anomala generata dal crollo di un costone di ghiaccio nel centro del tappeto made in Persia impiantato sul pavimento del bagno e un acrobatico slancio delle braccia in avanti per risvegliare i suoi scioperati muscoli ancora colpevolmente sonnolenti.
<Sorridi Remigio! La luce è cosa buona, separa la luce dalle tenebre, cosicché a testa alta e petto in fuori tu possa andar incontro a chi gode nel praticar la giustizia visiva!> urlano sfiatandosi gli operai del calzaturificio confinante con la cartina politica dell’isola di Montecristo appiccicata al muro della sua camera da letto.
E luce sia.
La voce dei colori sfascia, spezza, schiaccia la ripetitività e la piattezza del buio, del nero, dello scuro. Un uragano di luce investe i suoi occhi ancora semichiusi.
<La gamma standard dei colori con cui realizziamo le scarpe sono: bianco, beige, giallo, rosa, rosso, celeste, blu e nero> urlano sgolandosi gli operai del calzaturificio confinante con il poster di Albert Einstein incollato al muro della sua camera da letto.
Remigio incassa il colpo, si rovescia all’indietro, i suoi 78 kg fanno perno sulla gamba destra e poi precipitano al tappeto. Lo specchio riflette un’immagine al contrario, una rappresentazione grafica di un insieme di dati disordinati: capelli arruffati, bocca spalancata, guance gremite di peli, sopracciglia trascurate, pomo d’Adamo sgonfio, spalle fatiscenti, pettorali di stoffa, bicipiti bidimensionali e pancia arrotondata per eccesso.
<Per la produzione delle nostre calzature utilizziamo prevalentemente materiali naturali e rinnovabili, sintetici, traspiranti e morbidi, che ci permettono di confezionare ottime scarpe, comode, confortevoli, pratiche e capaci. Il loro unico difetto è la disarmonia, la bruttura, la deformità, la mostruosità. Avanti, sorridi Remigio! Il nostro fatturato annuo supera un miliardo di Dollari Giamaicani, un miliardo di monete d’oro zecchino recanti l’effige di Bob Marley. La marmaglia andante a zonzo schifa l’esteriorità, la facciata, e gradisce l’essenza, la sostanza! Orsù sorridi, c’è speranza anche per te!> strillano emettendo gas gli operai del calzaturificio confinante con il puzzle di New York ridotta in frantumi fissato al muro della sua camera da letto.
Remigio si ribalta in avanti, i suoi 78 kg fanno perno sulla gamba sinistra e poi schizzano verso l’alto. Lo specchio riflette ora un’immagine sorprendentemente armonica, una rappresentazione grafica di un insieme di dati aggiustati: ciuffo domato, bocca serrata, guance glabre, sopracciglia raffinate, pomo d’Adamo entusiasmato, spalle affidabili, pettorali di rame, bicipiti tridimensionali e pancia arrotondata per difetto.
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risveglio III.
La voce dei colori sfascia, spezza, schiaccia la ripetitività e la piattezza del buio, del nero, dello scuro. Un uragano di luce investe i suoi occhi ancora semichiusi. <La gamma standard dei colori con cui realizziamo le scarpe sono: bianco, beige, giallo, rosa, rosso, celeste, blu e nero> urlano sgolandosi gli operai del calzaturificio confinante con il poster di Albert Einstein incollato al muro della sua camera da letto. Remigio incassa il colpo, si rovescia all’indietro, i suoi 78 kg fanno perno sulla gamba destra e poi precipitano al tappeto. Lo specchio riflette un’immagine al contrario, una rappresentazione grafica di un insieme di dati disordinati: capelli arruffati, bocca spalancata, guance gremite di peli, sopracciglia trascurate, pomo d’Adamo sgonfio, spalle fatiscenti, pettorali di stoffa, bicipiti bidimensionali e pancia arrotondata per eccesso. <Per la produzione delle nostre calzature utilizziamo prevalentemente materiali naturali e rinnovabili, sintetici, traspiranti e morbidi, che ci permettono di confezionare ottime scarpe, comode, confortevoli, pratiche e capaci. Il loro unico difetto è la disarmonia, la bruttura, la deformità, la mostruosità. Avanti, sorridi Remigio! Il nostro fatturato annuo supera un miliardo di Dollari Giamaicani, un miliardo di monete d’oro zecchino recanti l’effige di Bob Marley. La marmaglia andante a zonzo schifa l’esteriorità, la facciata, e gradisce l’essenza, la sostanza! Orsù sorridi, c’è speranza anche per te!> strillano emettendo gas gli operai del calzaturificio confinante con il puzzle di New York ridotta in frantumi fissato al muro della sua camera da letto. Remigio si ribalta in avanti, i suoi 78 kg fanno perno sulla gamba sinistra e poi schizzano verso l’alto. Lo specchio riflette ora un’immagine sorprendentemente armonica, una rappresentazione grafica di un insieme di dati aggiustati: ciuffo domato, bocca serrata, guance potenzialmente glabre, sopracciglia trascurate ma sforbiciabili, pomo d’Adamo entusiasmato, spalle tutto sommato attendibili, pettorali di rame, bicipiti virtualmente tridimensionali e pancia arrotondata per difetto.
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risveglio II.
Una piroetta per indossar le pantofole con vista sul mondo degli acari e un saltello sul posto per sincronizzare il suo battito cardiaco con il picchiettio elevato al cubo del rubinetto del bagno che gocciola al ritmo forsennato di 360 lacrime al minuto.
<Sorridi Remigio! Testa alta e petto in fuori vai incontro a chi gode nel praticar la giustizia visiva!> urlano spolmonandosi gli operai del calzaturificio “Il Piccolo Edoardo”, confinante con la cartina morfologica dell’Isola d’Elba appesa al muro della sua camera da letto. Piroetta numero due in perfetto stile pattinatore sciancato per sfuggire all’onda anomala generata dal crollo di un costone di ghiaccio nel centro del tappeto made in Persia impiantato sul pavimento del bagno e un acrobatico slancio delle braccia in avanti per risvegliare i suoi scioperati muscoli ancora colpevolmente sonnolenti. <Sorridi Remigio! La luce è cosa buona, separa la luce dalle tenebre, cosicché a testa alta e petto in fuori tu possa andar incontro a chi gode nel praticar la giustizia visiva!> urlano sfiatandosi gli operai del calzaturificio confinante con la cartina politica dell’Isola di Montecristo appiccicata al muro della sua camera da letto.
E luce sia.
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il commercialista sgrammaticato.
Il Signor Di Villaforte ha gli occhi chiusi. Il respiro è affannoso e il battito del suo cuore è sintonizzato sulle spasmodiche frequenze riservate alle forze dell’ordine. Novello poliziotto con un nome e un costume pittoresco sta combattendo contro un super-criminale colpevole di tutti i reati puniti dal qualunquismo imperante.
SV: <super-criminale, si arrenda! In nome della legge!>
Il Signor Di Villaforte apre gli occhi. Il respiro è regolare e il battito del suo cuore è sintonizzato sulle tranquille frequenze riservate ai barbuti predicatori della parola divina. Stagionato commercialista con un nome sufficientemente comune e un pigiama assai poco pittoresco sta per scendere a compromessi con un super-criminale colpevole di tutti i reati puniti dalla fiscalità imperante.
SV: <super-criminale, non si preoccupi! circumnavigheremo la legge surfando sulla cresta del cavillo più alto del mondo!>
Il Signor Di Villaforte è un condizionale passato, è un esclamativo esploso poggiando il punto su una mina-anti-uomo, è un collezionista di francobolli da ammirare perplessi e poi da leccare avidamente infischiandosene della perplessità iniziale, è un’inflazionata figurina panini quotata una pernacchia al mercato nero, è un’utilitaria in contromano guidata da un anziano con il berretto in testa, è un uomo colto in fuorigioco dal tempo e dalla grammatica italiana per bambini di cui ignora i capisaldi, le regole ed i più basilari principi. E’ l’acclamato presidente dimissionario del sindacato dei macchinisti cinematografici:
<Cari compagni macchinisti, abbiamo contribuito ad elevare al quadrato il nostro cinema, ne abbiamo calcolato la superficie moltiplicando la base per l’altezza, abbiamo gridato stupefatti il risultato al cuore degli italiani e sussurrato <25!> alle loro coscienze, abbiamo gonfiato, sgonfiato e accartocciato scenografie immolando le nostre schiene gementi sull’altare del sedici noni, abbiamo battagliato, carabine a tracolla, conquistando il grassetto per i nostri nomi nei titoli di coda di tutte le pellicole, ci siamo fatti di popcorn e strafatti di ottimo fumo sorbendoci le sequenze annienta-erotismo di film annienta-passione di registi annientati dagli incassi. Abbiamo contribuito a portare il nostro cinema in Europa, questo ci legittima a dire la nostra sul suo futuro! Non so quale sarà la mia prossima stazione, ma qualunque essa sia scenderò! Porterò con me il vostro affetto e son felice di essere stato uno di voi!>
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la segretaria intonata II.
Nacque pittrice, germogliò statua della libertà e maturò martire. Bimba gracile e friabile al morso con una spiccata predilezione per i coleotteri bombardieri (se disturbati espellono in modo esplosivo un miscuglio di sostanze irritanti), i tappi di sughero (che favoriscono la corretta conservazione del vino in bottiglia) e i colori a spirito (quelli però il cui inchiostro mixa acqua e alcool estratto dalle piante d’assenzio); fu una discontinua ritrattista di nature morte (signore con pelliccia) ed una encomiabile paesaggista specializzata in servizi da caffè con soggetti campestri (preferibilmente franosi). La bimba-catapultata-ragazza fu proiettata su di un piano inclinato di 30 gradi, scivolò urlando fragorosamente e rovinò sogghignando in un vortice di splendida depravazione e dissoluta perversione. Sguazzò nelle profonde acque di un lago di smeraldi, banchettò tre giorni e tre notti con cosce salate di maiale, tortore, usignoli e vin santo e, in barba ad ogni legge per la salvaguardia delle specie marine protette, duellò con spaventevoli creature degli abissi, piovre giganti e pesci preistorici che credeva estinti. All’alba del quarto giorno perse misteriosamente conoscenza e galleggiò alla deriva verso un grigio molto scuro. Un brigadiere ne rinvenne la salma e la restituì alla vita ridestandola con uno schiaffo sulla guancia e inquietandola con il tintinnio delle manette. La bimba-catapultata-ragazza-sfuggita all’arresto-e-divenuta-donna scoprì il gusto dell’armistizio e della tregua armata e si inventò dispensatrice di pace interiore, il gusto della birra calda e della pizza fredda e si inventò moglie, il gusto dello stipendiato-dolce-far-niente e si inventò segretaria.
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risveglio.
Remigio si è appena svegliato, apre gli occhi; uno, cinque, dieci secondi per capire, ricordare, afferrare, realizzare. Capisce, ricorda, afferra e realizza. Dodici, venti secondi, un minuto per domandarsi quattro perché: 1) Perché la dannata radiosveglia dei sogni infranti sintonizza perennemente la sua frequenza su voci melodiosamente pop? 2) Perché il suo armadio svedese, elegante e sportivo (antico o semplicemente vecchio?), sembra sbattersene della quotidianità della sua vita, della sua vita? Indifferenza? Freddezza nordica? Il suo è un armadio apatico? 3) E perché gli scandinavi sono più felici di noi? 4) Perché ha la sensazione di aver sbagliato tutto, di esser fuori tempo massimo per rimediare ai suoi errori?
Remigio trattiene il respiro, le emozioni, trattiene le lacrime e il sentimento più nobile di cui è capace la sua fragile umanità, trattiene il calore degli abbracci estivi per rilasciarlo poi durante l’abulico inverno e il freddo degli spintoni e delle botte in metro per poi infiammarlo portandolo fino ad ebollizione durante le agitate lezioni di karate-online cui si sottopone giornalmente, pegno pagato alla sua tassativa urgenza di elasticità muscolare. Vorrebbe trattenere pure l’auto sostitutiva fornitagli dalla carrozzeria dei fratelli Bertuccio, una fiammeggiante musa profumante di parquet ed eleganza, tanto, troppo più confortevole, funzionale, morbida e facile della sua vecchia simca horizon, monumento viaggiante-fumo, immatricolata nell’anno del signore 1977 e tamponata di fresco e di blu da uno zoticone parlante un dialetto nient’affatto poetico. Vorrebbe trattenersi dall’andar via, scavando, dissotterrando gli ormeggi, mollandoli per poi non sotterrarli mai più, vorrebbe…vuole…esser sincero con voi: da qualche mese trattiene illecitamente per sé una parte dei guadagni dello studio commerciale e tributario del Signore di Villaforte in cui presta disonorevolmente servizio come praticante, precario, acrobata.
<son io il pazzo o son tutti gli altri ad esserlo?>
Questo pensiero bislacco accompagna il risveglio del suo piede sinistro.
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la segretaria intonata.
La voce della
Contessa Cavalcantiè melodiosamente armonica, tocca punte innevate, scivola, chiude gli occhi e precipita tuffandosi con un doppio avvitamento nel blu cobalto del Mar di Cortez, Messico, meta del suo viaggio di nozze, metà del quale bruciato in un incendio accecante come la passione e l’altra metà arrostito a fuoco lento in un barbecue fioco come il passato prossimo. Carezzevoli son le sue mani aggraziate, longilinee le sue gambe di legno progettate dal miglior falegname del regno e glaciali son i suoi occhi artici. Ignora Euclide ed i suoi postulati ma conosce a menadito la pioggia di postille che affoga l’enciclopedia Treccani. La sua camera da letto è digiuna di specchi ma sazia di fotografie:1) Cielo stellato con grande carro trainato da buoi in formato 9per13, 2) Contessa sorridente in un ufficio immusonito, 3) Contessa sorridente briglia in mano al galoppo su di una motocicletta mangia strada, 4) Contessa sorridente rinchiusa nella prigione di un abbraccio maritale, 5) Contessa triste e pendente, libera dall’abbraccio maritale, immortalata in una Pisa non più miracolosa 6) Contessa sudata e assetata di vendetta e alimenti, briglia in mano al galoppo su di un orripilante suv mangia carburante estorto al marito traditore 7) Contessa marina in un due pezzi urlante, ghiacciolo in mano, immortalata dalla Canon scafandro-munita del buon Remigio, l’equilibrista.
Già, Remigio, proprio lui, il suo collega con le rotelle invertite, il funambolo precario, il miscredente per niente pop, il nuovo ma già vecchio praticante dello studio commerciale e tributario del
Signor di Villaforte. -
il funambolo precario.
Remigio è in attesa di una voce, di un ordine, di un invito per niente amichevole, di…è in attesa di una forza bruta che lo riporti con i piedi per terra, di un grido che spezzi il nauseabondo ritornello pop che gli ronza nelle orecchie, di un colpo di vento buono che faccia vacillare il suo equilibrio precario costruito sopra un filo sospeso nell’aria fredda a ventuno metri da terra. Sotto di lui ci sono i suoi colleghi d’ufficio: occhi al cielo lo guardano perplessi, le loro facce stonate si esibiscono in struggenti espressioni di elettricità,meraviglia, altezzoso imbarazzo, finto entusiasmo.
Elettriche son le scariche rilasciate nell’atmosfera dai fulminei sguardi che gli rivolge il
Signor Di Villaforte, commercialista sgrammaticato; poetici baffi neri disegnati su di un viso troppo grande e paffuto per esser rinchiuso in un foglio di carta Fabriano formato A4.Meravigliata e sbigottita, la
Contessa Cavalcanti, segretaria intonata, si è accasciata su di una poltroncina verde ecosostenibile, in finta pelle e vera imbottitura; guarda Remigio esortandolo silenziosamente a scendere:CC: (<…scendi!…>).
R: <…é?…cosa? segretaria intonata alzi la voce! imperativo! le sue silenziose parole si son rivelate essere troppo silenziose e non son giunte al mio orecchio>.
Posseduto dall’imbarazzo perché dimenatosi con fare sconveniente di fronte alla corte (…Contessa Cavalcanti la prego, non ci renda partecipi dell’increscioso evento or ora accaduto dinnanzi ai vostri occhi! Le nostre papille gustative son già state sufficientemente fiaccate dall’inusitato sapore dei cavoletti di Bruxelles rifilatici in mensa poche ore fa!), l’altezzoso
Maggiore Benedetto, contabile visionario, indirizza ora sul funambolo precario il suo sguardo solitamente altezzoso ma oggi insolitamente remissivo:MB: <la prego Signor Remigio, non faccia sciocchezze!>
Braccia in alto e occhiali sul naso il
Barone Morelli, l’apprendista eccentrico, intona incoraggiamenti entusiasti fingendo una partecipazione emotivamente degna di lode e giuridicamente pregna di cavilli legali e note a piè di pagina:BM: <Signor Remigio tenga duro! Non possono licenziarla, l’articolo 1335 cc giura che “Il licenziamento dispiega i suoi effetti quando la lettera con cui è intimato perviene all’indirizzo del lavoratore”; sorrida funambolo precario! lei non hai una casa, in ragione ci ciò lei non hai nemmeno un indirizzo! il licenziamento non ha efficacia!>.
Il signor Remigio, funambolo precario, sorride; sorride dall’alto del suo equilibrio costruito su di un filo sospeso nell’aria fredda a ventuno metri da terra.